Partecipazioni Statali e l’industria dell'Elettronica di Consumo.


Il passato. Ormai conosciamo il regime del ventennio prevalentemente per le sue caratteristiche autoritarie e non ricordiamo che, in fondo, ha avuto, per la prima volta della storia italica, caratteristiche sociali e che aveva creato strutture di protezione per l’economia e per il popolo. Durante la grande crisi degli inizi degli anni ’30, infatti, un oscuro personaggio, Alberto Beneduce, salvò l’Italia dal caos economico. Nel 1931 fondò l’Istituto Mobiliario Italiano, IMI, che avrebbe dovuto risolvere i problemi obbligazionari che erano nati e salvare il sistema bancario. L’ente fu sopraffatto dall’enormità della crisi, tanto che nel 1933 fu fondato l’Istituto di Ricostruzione Industriale, IRI, che sopravviverà anche nel secondo dopoguerra. Dall’esistenza dell’IRI nacque il sistema delle partecipazioni statali.

la GEPI. Nei tardi anni ’60 del dopoguerra, si ripresentò una situazione di crisi: il prodotto interno lordo diminuì e si temette per l’occupazione. Ai tempi del regime la disoccupazione non era temuta più di tanto, in quanto avevamo lo sfogo delle Colonie. L’IRI faceva la sua parte, ma nel marzo 1971 venne fondata la GEPI, Società di Gestione Partecipazioni Industriali. L’economia nazionale, che aveva conosciuto una lunga stagione di crescita, manifestava i primi sintomi di rallentamento. Per aiutare prevalentemente le piccole industrie, 100 dipendenti a nord, e 200 a sud come massimo, fu istituita la GEPI alla quale IMI partecipava al 50%, per il resto l’IRI ed EFIM. La GEPI, una volta effettuato la riorganizzazione, doveva provvedere alla cessione di ogni unità in crisi. Uno dei principi "operativi" era di far fallire le imprese sulle quali interveniva per cancellare oneri pregressi. Negli anni ci furono aggiustamenti della legge. Nel ’76 fu anche creata l’IPO, Iniziativa per la Promozione dell’Occupazione. Intanto, a causa della guerra del Kippur il prezzo del petrolio era quadruplicato. Da notare che il 1975 era stato l’unico anno con il PIL in calo.
Nel ’77 furono istituite CAM e la RECO. Ne marzo’82 la REL (Ristrutturazione Elettronica SpA) intervenne per salvare le industrie elettroniche.

crisi dell’elettronica di consumo. Fin dalla metà degli anni ’60 questo comparto godette di ottima salute ed il nostro paese era esportatore di televisori bianco/nero, radio, componenti, fonografi. Concorrenziale il costo della manodopera, inferiore alla media europea. Nel frattempo il consumo in Europa era salito più della produzione e si era costretti ad importare dall’Italia. Le imprese italiane avevano dimensioni modeste salvo INFIN-Magnadyne, Lesa, Geloso ed Europhon, il che permetteva di contenere i costi di produzione non solo per la mano d'opera meno cara ma, anche per la bassa tecnologia allora necessaria e disponibile per imprese artigianali. In molti casi veniva integrata la produzione, in proprio (Korting, Imperial, Europhon, Geloso) e per terzi, della componentistica. I grandi complessi produttivi (Fhilps, Grundig, Telefunken) costruivano prevalentemente all’estero. L’organizzazione commerciale delle imprese italiane era basata su filiali, agenti o grossisti, spesso inadeguati e mal organizzati. Sul mercato estero queste imprese mancavano di prestigio e spesso vendevano col marchio del cliente. L’elemento che fece scaturire la crisi fu la concorrenza dei prodotti "low cost" del sud-est asiatico, con un divario che si allargò dopo l’autunno caldo del 1969. Le unità produttive locali del settore scesero da 136 a 76.

confusione di Stato. La vicenda più complessa fu quella iniziata nel 1972 con l’ingresso di GEPI in SEIMART (Società Esercizio Industriale Manifatturiere Radio e Tv), costituita nel 1971 da una finanziaria piemontese, con soci Cassa Risp. Torino, Ist. Bancario S. Paolo, Banca Pop. di Novara, la Finanziaria Regionale Piemontese, FIAT, FINDI (Pianelli e Traversi), per rilevare l’attività della fallita INFIN-Magnadyne di Torino. Pochi mesi dopo GEPI rilevò anche LESA (stabilimenti di Milano, Saronno, Tradate), Gallo Condor di Concorezzo. Lo sco0po di queste incorporazioni in SEIMART era di farla divenire "leader" italiano dell’elettronica civile.
L’errore prospettico fu di sottovalutare che il mercato era pressoché saturo, che la televisione a colori era un settore nel quale l'industria italiana mancava di competitività e di qualità, e che sul mercato pesavano concorrenti stranieri come Philips e Grundig.
La dimensione ridotta dell’industria Italia non consentiva, inoltre, ne lotti di produzione, ne accordi per la fornitura di componenti; l’aumento del costo della manodopera nel 1970 fece il resto. Mancarono, in definitiva, le condizioni per la crescita. GEPI passò alla chiusura dello stabilimento di Concorezzo ed al trasferimento dei dipendenti a Milano. Radio e Tv vennero prodotti a Torino e S. Antonino di Susa, l’Hi Fi a Tradate, la componentistica a Saronno. In realtà la chiusura di Lesa per la resistenza sindacale e l’intervento della Magistratura fu impedita. Si cercarono accordi con la SGS Ates produttrice di componenti attivi. Il tutto naufragò nel 1975. Tutti si erano ritirati e SEIMART fu divisa in Seimart elettrica, Neohm (divisione componenti) con stabilimenti a Leini (To) e Saronno (Va). Nel 1977 nacque la SELI orientata all’elettronica professionale, poi Optronics per i cristalli liquidi e la Panta per l’Hi Fi entrambe a Tradate.
Dopo gli scorpori, il 29 giugno 1979, Seimart fu messa in liquidazione.
Parteciparono Zanussi, SECI, Westinghouse, SIGNAI(GB) IRCI (USA componentistica) Ci furono aiuti per i più piccoli, Tekma, Kinoma, Neohm elettrica, Breccaroli, Piroddi, Mattavella e Cairelli Spa, Crosetto nella Elsa, Micheletti e Banfi nella ECS. La maggior parte di queste "join venture" ebbero esito positivo.
L’intervento della GEPI è costato al contribuente 916 miliardi (lire 1990).

Il ruolo della REL. Un impresa che era certamente in grado di rilevare i progetti della GEPI era Zanussi di Pordenone. Si costituì Zeltron (Istituto Zanussi per l’elettronica Spa), che lanciò il marchio SELECO. Zanussi mancava di un solido mercato all’estero e la componentistica non era concorrenziale con quella dell’estremo oriente. Le forze politiche si mostrarono indecise ed ebbero atteggiamenti contradittori nei confronti della GEPI, così non le fu affidata la ricostruzione del comparto, assegnata invece alla REL nel 1982. Il settore occupava 10.000 addetti e produceva 820 miliardi (valori dell’82). Gran parte delle aziendedel settore furono ammesse all’intervento REL: Brion Vega, Europhon, Autovox, Seleco, Voxon, Seci, ma il risultato fu per la maggioranza di queste aziende negativo. GEPI cercò di liberarsi delle proprie partecipazione nel settore e cedette alla REL le quote della Neohm, Panta ed Imprese elettriche italiane. Vista l’impossibilità di liberarsi di tutte le azioni, vedi MISTRAL (LT) si cercarono soluzioni alternative, dividendo ancora le imprese ed ricollocando i lavoratori in esubero.
L’elettronica civile è un esempio eclatante del fallimento del salvataggio industriale da parte dello Stato.


La REL ed il fallimento del settore Elettronica di Consumo. Chi è interessato, oggi, alla storia dell'industria elettronica italiana (poi "di consumo") che contava numerose aziende dai nomi anche prestigiosi, decine di migliaia di addetti in produzione e nella distribuzione e milioni di pezzi prodotti, non può non porsi la seguente domanda: come è potuto sparire questo settore industriale che fu trainante prima della Seconda Guerra Mondiale e determinante per la ripresa economica dopo la pesante sconfitta? La storia parte da lontano e richiede almeno due premesse: 1) Le scarse capacità manageriali di molti degli imprenditori che gestirono il settore mirando più al profitto immediato e personale, piuttosto che privilegiare strategie di medio e lungo termine. 2) Gli interventi dello Stato che, a partire dagli anni '70, con la decisione politica di non adottare la televisione a colori, garantirono interventi finanziari "a pioggia" di sostentamento del settore, impedendo, di fatto, una salutare concorrenza di mercato. Tutti in Italia cercarono di produrre televisori, necessariamente solo in bianco/nero, per un mercato che presto si saturò. Nel frattempo la concorrenza straniera (Philips, Grundig ed altri) si rafforzarono nel TV colore, pronte a piombare sul mercato italiano, appena le cose fossero cambiate. Inoltre furono trascurati prodotti come registratori audio, videoregistratori, Alta fedelta, radio a transistor, mercati che furono poi preda dei giapponesi. Bisognava costituire un "polo nazionale dell'elettronica civile" da affidare ad una finanziaria pubblica all'uopo costituita: la REL (Ristrutturazione Elettronica spa) che nasce nel 1982 con lo scopo precipuo di sostenere il settore specifico.

Quattro aziende (Seleco, Imperial, Brionvega ed Europhon) si dichiarano disponibili a costituire il nocciolo del polo, mentre altre (Ultravox e Industri Formenti) starebbero a guardare. Il polo nasce, quindi, con una forza produttiva di 700/800 mila televisori e 2800 dipendenti. Inoltre si cercherà di non accorpare troppi marchi deboli, per evitare insostenibili oneri per la pubblicità. Sullo sfondo resterà la "rogna" del marchio Autovox conteso, a suon di cause, tra il sig. Cardinali e la REL. Ma l'elenco dei partecipanti, a vario titolo, alla tenzone potrebbe essere più lungo: Zanussi (Gruppo Ericsson), Lenco, Nuova Autovox, Voxson, Ultravox Siena, Vidital, Videocolor (Thomson), Zendar, Sogemi, Zetronic, Hantarex.

Non si arrivera mai al dunque sia per la litigiosità tra i "banchettanti", sia per l'errore politico di privilegiare i prestiti agevolati (in realtà soldi a fondo perduto) alla partecipazione mirata al capitale che avrebbe permesso il controllo di gestione da parte REL. Questo Ente avrebbe così dovuto sostenere il settore dell'elettronica civile, ma in realta aprì un "buco" che costerà al contribuente italiano più di 400 miliardi (anni '80).

Colpisce una iniziativa presa dal CIPI nel 1986 (presidente REL era Panozzo) che stanziò circa trenta miliardi per creare, con l'americana Thorensen, una società per la produzione di computer. Il finanziamento non fu mai erogato.

La finanziaria pubblica REL chiuse i battenti agli inizi degli anni '90, lasciando un cimitero di aziende che non si ripresero più, decretando così la fine di un settore industriale iniziato con Marconi nei lontani anni '20.

la redazione settembre 2009